Riccardo Riccò, dal doping alla squalifica fino alla rinascita: “Mi assumo le mie colpe, ma mi dopavo quando si dopavano tutti. I miei tempi ancora competitivi”
Riccardo Riccò si guarda indietro, con rimpianti, ma senza necessariamente condannare quanto fatto. Radiato dal ciclismo a seguito della squalifica di 12 anni del 19 aprile 2012 per quanto successo l’anno prima, quando finì in ospedale a seguito una autoemotrasfusione di materiale che teneva in frigo, l’ex corridore modenese ha cambiato vita e ormai fa da anni il gelataio, prima in Spagna ora in Italia, a Vignola. Una nuova vita in cui è andato alla ricerca di una nuova dimensione e serenità che sembra aver trovato, ritrovando con il tempo anche la voglia di tornare in sella.
“Mi assumo le mie colpe, ma mi dopavo quando si dopavano tutti”, ribadisce a La Stampa l’ex Saunier Duval, che nel frattempo ha dovuto superare momento non proprio semplici, con un non semplice percorso di redenzione personale, passato anche per una ulteriore squalifica, che ha trasformato in una sanzione a vita i 12 anni iniziali, a seguito di un coinvolgimento in una inchiesta legata al traffico di sostanze proibite: “Sono rimasto coinvolto in un caso di smercio di sostanze dopanti, in cui non c’entravo nulla, e l’ho dimostrato in tribunale, ma la giustizia sportiva mi voleva far fuori definitivamente e l’ha fatto”, ricorda
Dopo anni in cui si è volontariamente tenuto lontano dalla bici, a quasi venti anni ormai da quello che fu l’apice della sua folgorante e ingannevole carriera sportiva, Riccardo Riccò ha ormai voltato pagina e negli ultimi tempi è riuscito a riavvicinarsi al ciclismo. “Mi hanno massacrato, ho passato momenti duri, sono caduto in depressione e altre situazioni pesanti, ma non voglio fare la vittima. Tre anni fa, ho ripreso in mano la bici dopo 10 anni in cui mi faceva male vedere i miei ex rivali correre e vincere. Mi ricordava quello che non ho potuto fare. Non guardavo neanche le corse. Poi, finito questo ciclo, un po’ l’ho metabolizzato, anche grazie alla terapia. Adesso sono sereno, anche se la ferita c’è”.
Un ritorno graduale che ora lo vede sfidare prima di tutto sé stesso, mettendosi alla prova con gli strumenti a disposizione di tutti noi. “Uso le app per confrontarmi con i tempi dei professionisti e sono ancora competitivo” sottolinea con una punta di orgoglio colui che intanto ha deciso anche di condividere il sui vissuto con alcuni amatori: “Oltre a dare consigli, faccio qualche preparazione. Io di ciclismo due o tre cose le so. Ho faticato e ho vinto, allora mi sono detto: perché no? Adesso ho otto amatori che seguo, mi piace, è il mio mondo”.
Per quanto riguarda il suo uso di doping, ribadisce una posizione comune a molti dei corridori del suo periodo, contestualizzando quanto fatto: “Non cerco scuse e mi prendo le mie colpe, ma poi col tempo sono emersi tanti altri casi. Se prendiamo la lista dei corridori, tutti i più forti sono stati beccati al doping, a parte Cunego e Bettini. Quando in mezzo c’è il business, funziona così”.
In conclusione, ricorda l’episodio più drammatico della sua carriera, l’autoemotrasfusione casalinga lo ha portato sull’orlo della morte: “Non era la prima volta che me la facevo. Era già da un anno, perché era l’unico modo per non essere trovato positivo: ti togli e ti rimetti il tuo sangue. Non l’ho inventato io, Moser fece il record dell’ora a Città del Messico e annunciò pubblicamente di averlo fatto. Purtroppo, quello che è capitato a me è capitato a tanti altri corridori, anche al Giro d’Italia. Parlo di corridori in maglia rosa che si sono poi fermati. Con le trasfusioni fai da te, è una cosa che può capitare. Io non avevo paura e l’ho fatto superficialmente. Se mi fossi iniettato subito del cortisone, non mi sarebbe successo niente, ma io questa cosa non la sapevo e a vent’anni ti senti onnipotente”.
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